Sono le 9:35 del mattino.
L’orario in cui, teoricamente, una coordinatrice dovrebbe riuscire a sedersi cinque minuti, bere un caffè ancora caldo e magari rispondere a qualche mail.
Teoricamente.
Praticamente sto attraversando il corridoio quando noto una scena curiosa.
Vicino alla porta del bagno c’è una mamma che osserva con aria interrogativa.
Un bambino della sezione dei Grandi entra in bagno da solo.
Fin qui niente di strano.
La cosa interessante è che poco distante c’è una delle educatrici della sezione.
Ferma.
Immobile.
Appoggiata al muro.
In modalità agente segreto.
Io guardo la mamma.
La mamma guarda l’educatrice.
L’educatrice guarda il bagno.
Per un attimo sembra l’inizio di un documentario naturalistico.
“Osserviamo ora l’educatrice nel suo habitat naturale…”
Poi capisco.
Anzi, so esattamente cosa sta facendo.
È in modalità “osservazione educativa”.
Tradotto: vedere tutto senza farsi vedere.
La mamma continua a fissarla.
Io continuo a fissare la mamma.
Ormai siamo entrambe catturate dalla scena.
Dal bagno arrivano i classici rumori dell’autonomia in costruzione.
Fruscii.
Passi.
Qualche borbottio.
Un leggero traffico di pantaloni e carta igienica.
L’educatrice continua a non intervenire.
E io riesco quasi a sentire i pensieri della mamma:
“Ma perché non entra?”
“E se avesse bisogno?”
“E se non ce la facesse?”
Perché diciamocelo.
Noi adulti abbiamo un superpotere molto particolare.
L’intervento immediato.
Scarpe? Ti aiuto io.
Giacca? Ti aiuto io.
Zip? Ti aiuto io.
Respira? Aspetta che ti aiuto io.
Invece lei niente.
Ferma.
Serena.
Fiduciosa.
Perché sa che quel bambino può farcela.
Dopo qualche minuto, il bambino esce dal bagno.
Vestito.
Pulito.
Mani lavate.
Sorriso da campione olimpico.
Lo guardi e capisci immediatamente che si sente il re del mondo.
Perché quella pipì non è solo una pipì.
È una conquista!
Una di quelle enormi.
Di quelle che agli occhi degli adulti sembrano piccole, ma che per un bambino valgono quanto scalare l’Everest.
L’educatrice finalmente si avvicina.
“Nessun problema?” gli chiede.
Lui la guarda con un sorriso gigantesco.
“No.”
E in quel “no” c’è tutto.
Orgoglio.
Fiducia.
Autostima.
La certezza di avercela fatta da solo.
A quel punto la mamma al mio fianco non resiste più.
“Ma non avevi paura che avesse bisogno di aiuto?”
Sorrido.
Di quel sorriso che mi esce ogni volta che vedo il lavoro straordinario delle nostre educatrici.
“Sarebbe intervenuta immediatamente se fosse stato necessario.”
Pausa.
“Ma non era necessario.”
La mamma annuisce.
L’educatrice sorride.
Il bambino se ne va camminando con quell’aria fiera che hanno solo i bambini quando conquistano un pezzettino di autonomia.
E io resto lì a guardarli tutti e tre.
Orgogliosa.
Perché a volte il lavoro più difficile non è aiutare.
È trattenersi dal farlo.
Perché crescere significa avere qualcuno accanto che ti protegge, ti osserva e si prende cura di te.
Ma che trova anche il coraggio di fare un passo indietro quando è il momento.
Quel giorno il bambino ha imparato a gestire il bagno da solo.
La mamma ha scoperto qualcosa di nuovo sull’autonomia.
E io, ancora una volta, ho pensato a quanto sia bello vedere le nostre educatrici trasformare piccoli gesti quotidiani in grandi conquiste.
Perché educare, molto spesso, significa proprio questo:
esserci!
E tu hai una storia al nido che hai voglia di raccontarci?
Scrivici a: spuntini@frasiformazione.it