Oggi mi sento un opossum

Stesa, colpita e affondata – vita al nido

Cinque minuti prima della chiusura del nido. Tre punti di vista, una sola verità: sopravvivere.

Noemi, la mamma di Beatrice

Mancano CINQUE minuti alla chiusura del nido.

Cinque. Minuti.

Un tempo ideale per una cosa sola: prendere tua figlia, baciarla, correre a casa e iniziare la tua seconda giornata di lavoro (alias: tutte le cose che non hai fatto perché lavori).

Entro, respiro, mi rilasso…

E drin drin drin!!!

 

Il telefono vibra.

No.

NO.

NOOO.

È lui.

IL CAPO

Lo vedo, il nome lampeggia come la scritta di un film horror

Già so che vuole lamentarsi perché non ho finito la consegna.

Vuole ricordarmi che “dobbiamo essere più reattivi”.

Potevo non rispondere.

Potevo fingermi un opossum.

Potevo buttare il telefono nel cestino accanto all’ingresso.

Invece?

Rispondo.

PRIMO STRIKE

Lui parte in quarta.

No, in sesta.

In ottava.

Un fiume in piena che non conosce l’esistenza delle pause né la punteggiatura.

Io cerco di dire “Sì, capisco…” ma niente, mi travolge.

Ed ecco…

SECONDO STRIKE

La porta della sezione si apre e la maestra esce con mia figlia in braccio, versione “papavero che si protende verso la mamma”.

La mia cucciola allunga le braccia, gli occhi che brillano.

MA-MMAAAA!”.

Io vorrei prenderla, stringerla, strapparla alla giornata…

Ma ho il cellulare incollato all’orecchio mentre il capo urla tipo telecronista a cui hanno cancellato la partita.

E allora lei… piange.

Piange così forte che se le avessero strappato un braccio avrebbe fatto meno rumore.

E io, lì, a metà tra un abbraccio mancato e una videoconferenza vocale infernale.

TERZO STRIKE

Lo sguardo dell’educatrice.

Lo conosco.

È un “Ci siamo quasi, signora. Prenda la bambina. Torni a respirare. Metta giù quel telefono, la prego.”

Ma peggio ancora…

Lo sguardo dell’altra mamma.

Quella perfetta.

Quella che sembra uscita da una pubblicità bio.

Quella la cui bambina è sempre sorridente, educata, pettinata e probabilmente parla già tre lingue.

Lei guarda me e pensa chiaramente:

Ecco l’ennesima madre che sceglie il device invece della figlia.”

(Lo so che lo pensa. Ma anche se non lo pensa… lo pensa.)

Risultato?

Stesa.

Colpita.

Affondata.

E una sola certezza:

Era meglio fingermi morta.

O fingersi una tapioca.

Qualsiasi cosa tranne rispondere al telefono

Marianna L’educatrice

Ore 16:55

Ultimi cinque minuti.

 

I bambini stanno andando via tutti tranquilli, uno dopo l’altro.

Manca solo lei: l’ultima bambina.

Eccola… eddaje!

 

Già pregusto la libertà: la metro, il trenino, l’aperitivo con le amiche.

Una serata perfetta.

 

Poi entra la mamma: gentile, dolce, adorabile, sempre un po’ ansimante arrivare in tempo.

Penso:

Dai che ora si vedono, si abbracciano, la bimba le salta addosso, ‘ciao ciao, a domani!’ e io posso volare verso lo spritz.”

E invece…

Ma certo che no.

Come ho potuto illudermi?

 

Il telefono.

La chiamata.

La tragedia.

 

In tre secondi la scena cambia:

– mamma immobilizzata col telefono all’orecchio come una statua greca

– capo che le urla così forte che giuro, per un attimo ho pensato fosse in vivavoce,

– bambina che si trasforma in fontana barocca romana, versione “piange-convinta”.

 

Faccio un piccolo tentativo: allungo la bimba verso la mamma.

Lei scuote la testa, occhi nel vuoto, espressione da “sto sopravvivendo a un’aggressione verbale”.

 

Io penso:

NOOOO_ che sfiga, la vedo lunga qui… e io che dovevo prendere la metro, poi il trenino, e arrivare in tempo all’aperitivo! Proprio oggi che Anna ha pochissimo tempo, poi torna a Bruxelles e chissà quando la rivedo… ma porca miseria!”

 

Tutto questo pensato in 10 secondi netti.

 

Poi la realtà mi riacchiappa per il colletto:

la bambina piange come se stessimo girando una telenovela Latina.

Mi ricordo chi è il bene più prezioso in assoluto in questo momento: lei, la piccoletta disperata.

 

Allora mi faccio forza, respiro, e rientro in sezione.

La cullo, la coccolo cerco di placare il fiume di lacrime in attesa che la mamma possa concludere la sua chiamata infernale.

 

L’aperitivo?

Arriverò tardi.

Anna?

la rivedrò nelle prossime ferie.

E se proprio non la rivedo…

beh, ho trovato un’ottima scusa per andare a trovarla a Bruxelles.

Martina, l’altra mamma

E anche oggi è finita.

Sono esausta come se avessi corso una maratona… in salita… con Margherita in braccio.

Meno male che quando arrivo a prenderla, lei è serena, tranquilla, un piccolo Buddha.

 

Respiro.

Ce l’abbiamo fatta anche oggi.

 

Poi però sento un urlo.

 

Mi giro piano, già con gli occhi sgranati tipo cartone animato.

E vedo lei: la mamma di B.,

al telefono,

probabilmente con un suo superiore,

che urla talmente forte che sembra stia per uscire direttamente dalla cornetta e materializzarsi lì nel corridoio del nido.

 

E come se non bastasse…

Ecco la figlia che scoppia in un pianto disperato.

 

Perfetto.

Abbiamo aperto ufficialmente le porte dell’inferno.

 

Io penso solo una cosa:

Ti prego Margherita… NON iniziare anche tu. Ti prego ti prego ti prego.”

 

Nel frattempo, guardo la scena e mi si stringe il cuore.

Povera mamma.

Si vede che è a pezzi.

 

Vorrei aiutarla.

Davvero.

Ma come?

 

 

Le prendo in braccio la bambina?

Idea terribile.

Non mi conosce!

 

Piangerebbe peggio, e Margherita mi guarderebbe come per dire:

Scusa… perché stai prendendo in braccio la figlia di un’altra?

 

Allora forse potrei strapparle il telefono e dire io due paroline al suo capo?

Tipo:

Carissimo, la vuole smettere di stressare noi mamme? Che ne abbiamo già abbastanza da parte della vita, grazie.”

 

Sarebbe liberatorio… ma forse non la mossa migliore per evitare un licenziamento multiplo.

 

Alla fine mi rendo conto che non posso fare nulla.

Se non guardarla con tutta l’empatia e la solidarietà che posso.

Quella di una mamma che sa, capisce, e sopravvive ogni singolo giorno come lei.

 

E mentre esco penso:

La prossima volta la invito a bere un bicchiere di vino… o due. Questa vita frenetica ci travolge, almeno travolgiamoci insieme.”

 

A presto, mamma.

Resisti.

Siamo tutte con te. 💛

E tu hai una storia al nido che hai voglia di raccontarci?

Scrivici a: spuntini@frasiformazione.it

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